Intervento al Senato della Repubblica
Testo Integrale:
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Buongiorno a tutti e grazie per aver preso parte a questa importante giornata qui al Senato.
Ritengo che affrontare oggi il tema dei giovani all’interno di quest’istituzione significa assumersi una responsabilità che non può essere ridotta alla dimensione di una politica settoriale o di una categoria anagrafica, ma che investe direttamente la capacità della Repubblica di mantenere fede al proprio impianto costituzionale e di garantire nel tempo la tenuta stessa del proprio sistema democratico, perché una democrazia liberale come la nostra nella quale una parte significativa delle nuove generazioni non riesce a vedere i diritti formalmente riconosciuti come condizioni materiali effettive di autonomia, stabilità e partecipazione è una democrazia liberale che progressivamente perde credibilità, coesione e prospettiva. E noi non possiamo permettercelo.
E se vogliamo essere fino in fondo onesti – e credo che in quest’Aula l’onestà intellettuale sia un dovere prima ancora che una virtù – dobbiamo riconoscere che questo scarto tra diritti formali e diritti sostanziali rappresenta oggi la principale frattura su cui si misura la credibilità stessa dello Stato, non soltanto alla luce della nostra Costituzione, ma anche del sistema giuridico europeo, che con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, resa vincolante dall’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea, impone standard precisi e non derogabili, a partire dall’articolo 1 sulla dignità umana, dall’articolo 14 sul diritto all’istruzione, dall’articolo 15 sul diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta, dall’articolo 21 sul divieto di discriminazione, dall’articolo 31 sul diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque e dall’articolo 34 sul diritto alla sicurezza sociale e all’assistenza sociale, delineando un quadro nel quale la responsabilità degli Stati membri non è solo politica, ma giuridica e sistemica.
Tuttora al Parlamento è in corso la discussione sulla Legge di Bilancio che si colloca, come avviene ormai da anni, all’interno di un equilibrio che tutela i conti pubblici ma che continua a distribuire risorse limitate in modo diffuso, secondo una logica che, pur rispondendo a un’esigenza di equità formale, non è in grado di incidere sui nodi strutturali che impediscono al Paese di crescere, aumentare la produttività e costruire prospettive solide per i cittadini, e questo approccio, che tende a “dare un po’ a tutti”, finisce inevitabilmente per non cambiare in modo significativo la condizione di nessuno, producendo effetti minimi e temporanei senza affrontare le cause profonde della stagnazione economica e sociale.
E questo non è più sostenibile, non lo è economicamente, non lo è socialmente, ma soprattutto non lo è democraticamente, perché continuare a frammentare le risorse senza una gerarchia chiara di priorità significa, nei fatti, rinunciare a governare i processi di trasformazione e accettare una gestione inerziale del declino, in contrasto non solo con l’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea, che indica tra gli obiettivi una crescita economica equilibrata e la piena occupazione, ma anche con le raccomandazioni specifiche per Paese formulate nell’ambito del Semestre europeo, che chiedono con chiarezza all’Italia di concentrare gli investimenti su capitale umano, innovazione e produttività.
Ritengo, inoltre, che un Paese con risorse limitate debba operare scelte selettive, concentrando gli interventi sui capisaldi che determinano realmente lo sviluppo, e cioè l’istruzione, i salari e la sanità, perché è su questi tre assi che si costruisce la possibilità concreta per le persone di vivere, lavorare e progettare il proprio futuro all’interno della comunità nazionale.
E questa non è una posizione ideologica, ma è una posizione basata sui dati, sull’evidenza empirica, su ciò che funziona nei Paesi che crescono di più e meglio, ed è perfettamente coerente con il dettato costituzionale, a partire dall’articolo 9, che lega sviluppo e cultura, e dall’articolo 41, che subordina l’iniziativa economica alla sua utilità sociale, richiamandoci a un’idea di mercato che non è mai fine a sé stesso ma strumento di progresso collettivo.
Ed è proprio nel punto di intersezione tra questi tre ambiti che emerge con maggiore evidenza la condizione dei giovani, che oggi rappresentano non soltanto una priorità politica, ma il principale indicatore della distanza tra i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale e la loro attuazione concreta, a partire dall’articolo 3, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza sostanziale, dall’articolo 4, che riconosce il diritto al lavoro come fondamento della partecipazione alla vita del Paese, dall’articolo 36, che garantisce una retribuzione sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa, dall’articolo 47, che impegna lo Stato a favorire l’accesso alla proprietà dell’abitazione, fino all’articolo 32, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, delineando un modello di cittadinanza che non può essere ridotto alla dimensione formale ma deve necessariamente tradursi in condizioni materiali effettive.
A questo impianto si affiancano gli articoli 24, 25 e 33 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che richiamano rispettivamente la tutela dei minori, la dignità degli anziani e la protezione della vita professionale, evidenziando come la questione giovanile non sia isolata ma inserita in un equilibrio intergenerazionale che oggi risulta profondamente compromesso.
I dati, da questo punto di vista, descrivono una realtà che non può essere ignorata né attenuata, perché i giovani lavoratori percepiscono retribuzioni inferiori del 24,7% rispetto alla fascia tra i trenta e i quarantanove anni e del 36,4% rispetto agli over cinquanta, mentre il 71% degli under 35 vive ancora con i genitori, evidenziando una difficoltà strutturale nell’accesso all’indipendenza abitativa in un contesto caratterizzato da salari insufficienti, precarietà contrattuale e costi abitativi in costante crescita, e questa condizione si riflette direttamente sulle scelte di vita, come dimostra l’età media al primo figlio, pari a 31,8 anni, la più elevata in Europa, con implicazioni profonde sul piano demografico, economico e sociale.
E questi numeri non sono semplicemente statistiche, ma sono vite sospese, sono scelte rinviate, sono talenti compressi, sono energie che non trovano spazio, e ogni volta che questo accade lo Stato non sta solo fallendo una politica pubblica, ma sta venendo meno a un obbligo costituzionale e anche europeo.
In questo quadro si inserisce una riflessione più ampia che ho sviluppato nel mio libro Il Paese delle Occasioni Mancate, nel quale definisco l’Italia come il Paese del “quasi”: un Paese che possiede competenze, intelligenze e creatività diffuse, ma che troppo spesso non riesce a trasformarle in risultati concreti e duraturi.
E se leggiamo la condizione dei giovani attraverso questa lente, vediamo con chiarezza come essi rappresentino il punto più evidente di questo meccanismo, perché sono coloro che più di tutti possiedono il potenziale, ma che più di tutti subiscono le conseguenze della sua mancata attuazione. Ed è proprio qui che si gioca la credibilità del nostro Paese, perché una nazione che non riesce a trasformare il talento delle nuove generazioni in sviluppo reale non sta solo perdendo opportunità economiche, ma sta progressivamente indebolendo la propria struttura democratica e sociale.
A ciò si aggiunge un fenomeno che rappresenta una delle criticità più rilevanti per il futuro del Paese, ovvero l’emigrazione giovanile, perché tra il 2022 e il 2023 quasi centomila giovani hanno lasciato l’Italia, attratti da contesti nei quali il lavoro è meglio retribuito, le prospettive sono più stabili e i sistemi pubblici offrono maggiori garanzie, determinando una perdita significativa di capitale umano e una riduzione della capacità del Paese di innovare, crescere e competere a livello internazionale.
E qui il punto è dirimente: la libera circolazione prevista dall’articolo 45 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea è una conquista, ma quando diventa una necessità e non una scelta, quando è determinata dall’assenza di opportunità e non dalla ricerca di esperienze, allora smette di essere un segno di integrazione e diventa un indicatore di squilibrio.
E questo quadro si inserisce inevitabilmente in un contesto globale caratterizzato da un livello di instabilità crescente, perché secondo i dati delle Nazioni Unite sono attualmente in corso oltre cento conflitti di diversa natura nel mondo, e in una fase storica segnata da tensioni geopolitiche, trasformazioni economiche e competizione tra sistemi, la tenuta delle democrazie dipende sempre più dalla loro capacità di garantire partecipazione e prospettive alle nuove generazioni.
E poi arriva il tema del diritto di voto, che non può essere trattato come una questione formale o burocratica, ma come parte viva della partecipazione democratica, soprattutto in un contesto come quello attuale. Perché il voto è il momento più alto della cittadinanza, ma perde forza se non è realmente esercitabile da tutti. E lo abbiamo visto anche di recente, con il tema del voto dei fuorisede all’ultimo referendum, perché vedete quando il diritto esiste sulla carta ma non nella pratica, si incrina la sostanza stessa della democrazia.
E sempre sul voto, il distacco dei giovani non è disinteresse, ma è la conseguenza di una percezione di distanza dalle decisioni. E allora il punto non è solo partecipare, ma contare davvero.
In questa logica, adottando una visione antropologicamente, storicamente e metodologicamente valida, già nell’età augustea la figura del mecenate era il ponte tra potere e società, tra istituzioni e diffusione dei valori. Oggi quel ponte va ricostruito, perché una democrazia senza giovani messi nelle condizioni di incidere è una democrazia che perde forza, peso e futuro.
Ed è esattamente in questa direzione che bisogna lavorare maggiormente su un impegno condiviso tra politica, imprese e istituzioni per innalzare in modo significativo i salari dei giovani, individuando nella soglia dei trentamila euro annui il livello minimo per garantire un’autonomia economica e abitativa reale, e costruendo un Fondo Salari Under 35 con una dotazione di circa 3 miliardi di euro annui, destinato a sostenere un sistema di decontribuzione progressiva che consenta di aumentare le retribuzioni senza incrementare il costo del lavoro per le imprese.
Questa proposta, coerente con l’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea in materia di aiuti di Stato, si configura come un intervento mirato, selettivo, temporaneo e verificabile, esattamente il contrario delle misure generaliste che hanno caratterizzato troppe stagioni di politica economica. E, andando nel dettaglio, la sua attuazione trova una traduzione normativa nelle modifiche al DDL n. 1689 e al DPR 22 dicembre 1986, n. 917, attraverso un regime fiscale agevolato per i redditi fino a ventimila euro per gli under 35 e un sistema di incentivi che interviene in modo progressivo lungo tutta la scala retributiva, applicato alle nuove assunzioni a tempo indeterminato e alle trasformazioni da tempo determinato, con esonero dei contributi INAIL oltre i 20.000 euro, decontribuzione INPS progressiva e durata massima del beneficio pari a 48 mesi, riservata ai giovani mai assunti stabilmente.
E guardate, questo intervento si collega in modo diretto alla questione abitativa, perché senza reddito adeguato non esiste accesso alla casa, e senza casa non esiste stabilità, rendendo evidente come l’attuazione dell’articolo 47 della Costituzione richieda un approccio integrato che tenga insieme lavoro, reddito e accesso al credito.
Accanto a questi elementi, tuttavia, esiste un pilastro che rappresenta una condizione imprescindibile per qualsiasi prospettiva di futuro, ed è il sistema sanitario, perché senza sanità non esiste sicurezza, senza sicurezza non esiste fiducia e senza fiducia non esiste la possibilità di costruire un progetto di vita stabile all’interno del Paese, e questo incide in modo diretto sulle scelte delle nuove generazioni, che sempre più spesso valutano la qualità dei servizi pubblici come elemento determinante nelle proprie decisioni.
Per questa ragione ritengo necessario un rafforzamento significativo del finanziamento del sistema sanitario, come previsto dalla proposta di modifica n. 70.3 al DDL n. 1689, che incrementa in modo sostanziale le risorse destinate al settore, portandole a 1,25 miliardi per il 2026 e a 1,35 miliardi annui a decorrere dal 2027, e parallelamente ritengo fondamentale valorizzare il personale sanitario, in particolare quello operante nei servizi di pronto soccorso, attraverso l'istituzione di un fondo dedicato agli incrementi retributivi che incentiva l’accesso ai percorsi di specializzazione, riconoscendo il ruolo centrale di queste professionalità nel garantire la tenuta del sistema.
E vedete, tutto ciò di cui ho parlato non è semplicemente un aumento di spesa pubblica, ma è un investimento diretto sulla qualità della vita del Paese: sulla sua coesione sociale, sulla sua capacità di tenere insieme le generazioni, e soprattutto sulla possibilità concreta di non perdere i propri giovani. È, in fondo, un’idea semplice ma decisiva di sviluppo nazionale. E senza un sistema sanitario solido, senza istruzione, senza lavoro dignitoso, non esiste futuro possibile. E un Paese che non costruisce futuro per i suoi giovani li costringe inevitabilmente a cercarlo altrove. Se vogliamo rafforzare la nostra democrazia dobbiamo avere il coraggio, e dico il coraggio vero, di abbandonare la logica degli interventi marginali e assumere finalmente decisioni selettive, nette, misurabili. Perché la democrazia non si difende con le dichiarazioni di principio: si difende rendendo reali i diritti che proclama. E oggi questa responsabilità è soprattutto verso le nuove generazioni. Le proposte che ho illustrato vanno esattamente in questa direzione: non correttivi, ma una scelta di sistema. Una scelta sul modello di Paese che vogliamo essere, sulla nostra capacità di crescere, innovare e restare competitivi in un mondo che non aspetta nessuno. E allora la domanda è questa, ed è una domanda politica nel senso più alto: vogliamo un Paese che trattiene i suoi giovani e li mette nelle condizioni di costruire qui il proprio futuro, oppure un Paese che si rassegna a vederli partire?
Vi ringrazio.

