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Referendum sulla Giustizia del 22 e 23 Marzo: perché il merito prevale sulla propaganda

Aggiornamento: 18 mar

Referendum Costituzionale 2026
Referendum Costituzionale 2026

Siamo sicuri che il dibattito sul Referendum stia parlando davvero della nostra Costituzione? Il dibattito che accompagna questo appuntamento referendario sta purtroppo soffocando il merito della questione sotto una coltre di propaganda elettorale che non rende giustizia alla nostra Carta Fondamentale. Scegliere di votare "Sì" non è un atto di fedeltà a una compagine governativa, né un voto contro un’opposizione; è, al contrario, l’espressione di una visione liberale e democratica che mette i diritti del cittadino al centro dell’architettura statale. Come ho sottolineato nel mio libro "Il Paese delle Occasioni Mancate", l'Italia soffre di una cronica incapacità di portare a termine le riforme strutturali per timore del cambiamento o, peggio, per l'abitudine di piegare i grandi temi costituzionali alla lotta politica del momento. È necessario ribadire con forza che la Costituzione è un patrimonio infinitamente più prezioso e duraturo rispetto a qualsiasi leader politico, sia esso Meloni, Schlein, Conte o Calenda. Chi invita al "No" basandosi sul timore che la sconfitta del quesito faccia cadere l'esecutivo compie un errore metodologico grave, anteponendo l'interesse di fazione alla qualità delle nostre istituzioni. Una parte del fronte del “No”, inoltre, continua a evocare il rischio di derive autoritarie senza confrontarsi con il dato normativo. Si tratta di una posizione che, più che giuridica, appare suggestiva in quanto ignora infatti che l’assetto costituzionale italiano è strutturato su un sistema di garanzie multilivello che rende tali scenari non solo improbabili, ma tecnicamente incompatibili con i principi supremi dell’ordinamento.

Il cuore di questa riforma risiede nella modifica strutturale degli articoli 104, 105 e 110 della Costituzione, intervenendo su pilastri che oggi mostrano evidenti segni di cedimento. Si tratta, nello specifico, di disposizioni che disciplinano l’ordinamento della magistratura, in quanto l’art. 104 definisce il Consiglio Superiore della Magistratura quale organo di autogoverno, l’art. 105 ne attribuisce le competenze in materia di assunzioni, assegnazioni e disciplina, mentre l’art. 110 affida al Ministro della Giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia. Intervenire su questi articoli significa, dunque, agire direttamente sull’equilibrio tra autonomia, responsabilità e organizzazione del sistema giudiziario. La separazione delle carriere è il punto focale, perché è un presidio di civiltà che garantisce finalmente la terzietà del giudice, così come già previsto dall'articolo 111 sulla parità delle armi nel giusto processo. Oggi, l’osmosi tra giudici e pubblici ministeri crea una pericolosa vicinanza culturale e associativa che può minare l'imparzialità del giudicante. È una distorsione evidente che il magistrato che decide e quello che accusa condividano lo stesso percorso, lo stesso organo di governo e le stesse dinamiche correntizie. Separare le carriere significa semplicemente garantire che l'avvocato difensore e il PM si trovino su un piano di parità assoluta davanti a un giudice realmente terzo ed estraneo a logiche di "colleganza" con l'accusa. In questo quadro si inserisce anche l’art. 102 Cost., che vieta l’istituzione di giudici straordinari o speciali, imponendo che la funzione giurisdizionale sia esercitata da magistrati ordinari regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario. È proprio questo principio a rafforzare la necessità di una chiara distinzione tra funzione giudicante e requirente: non per creare nuove categorie, ma per rendere coerente l’assetto esistente con il requisito di imparzialità strutturale del giudice.

È inoltre fondamentale sfatare il mito, privo di qualsiasi fondamento giuridico nel testo in oggetto, secondo cui questa riforma sottoporrebbe il Pubblico Ministero all'esecutivo. Non esiste alcun passaggio che mini l'autonomia della magistratura inquirente nei confronti del Governo. Chi paventa tale rischio sta esercitando un processo alle intenzioni future, ipotizzando scenari che richiederebbero ulteriori e distinte leggi costituzionali, alle quali io stesso mi opporrei fermamente. La riforma attuale protegge l'indipendenza del magistrato, ma introduce un principio di responsabilità oggi quasi inesistente. I dati sulle sanzioni disciplinari parlano chiaro, in quanto a fronte di migliaia di segnalazioni e procedimenti, le sospensioni effettive si contano sulle dita di una mano. Questo sistema di sostanziale irresponsabilità deve finire per lasciare spazio a una meritocrazia vera che tuteli in primis i magistrati che lavorano con rigore e senza affiliazioni.

In questo contesto, l'introduzione del sorteggio per la composizione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura rappresenta la chiave di volta per smantellare il potere delle correnti, che sono diventate veri e propri "partiti politici" interni alla magistratura. Il sorteggio elimina alla radice la possibilità per le correnti di condizionare le nomine e le carriere in base all'appartenenza associativa anziché al merito. Un giovane magistrato deve essere libero di esercitare la propria funzione senza l'obbligo morale o professionale di iscriversi a una corrente per sperare in una progressione di carriera. Restituire dignità tecnica al CSM significa sottrarlo alle spartizioni correntizie e restituire al cittadino la fiducia in una giustizia che non risponde a logiche di potere interno, ma solo alla Legge e alla Costituzione. Votare Sì significa credere che un’Italia più giusta e moderna sia finalmente possibile, uscendo dalla paralisi del sospetto per abbracciare una riforma di stampo autenticamente liberale. Attualmente, l'Art. 104 Cost. definisce la magistratura come un ordine unico, con un solo Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma prevede invece la creazione di due organi distinti: il CSM della magistratura giudicante e il CSM della magistratura requirente. Entrambi i consigli rimangono presieduti dal Presidente della Repubblica e mantengono la medesima proporzione tra membri laici (eletti dal Parlamento) e membri togati (magistrati). L'obiettivo è sancire una separazione organizzativa che impedisca ai PM di governare le carriere dei giudici e viceversa, una distinzione oggi assente.

E poi l’attuale Art. 105 Cost. affida al CSM la gestione di assunzioni, assegnazioni e trasferimenti. La normativa ordinaria che oggi attua questo articolo (la Legge 195/1958) prevede l'elezione dei membri togati, sistema che ha favorito il peso delle correnti associative. La riforma modifica l'articolo introducendo il sorteggio per la scelta dei membri togati. Questa modifica mira a rendere i consiglieri indipendenti dai "pacchetti di voti" delle correnti, garantendo che l'organo di autogoverno risponda esclusivamente a criteri di professionalità e non di appartenenza a gruppi di potere interno.

Oggi la funzione disciplinare è esercitata da un'apposita sezione interna al CSM e questo crea un paradosso istituzionale in cui chi decide la carriera di un magistrato è lo stesso organo che deve sanzionarlo. La riforma propone l'istituzione di un'Alta Corte Disciplinare, un organo terzo e separato dai due CSM. Essa sarà composta da magistrati (estratti a sorte tra quelli con almeno vent'anni di servizio) e da membri laici. Questa separazione garantisce un giudizio disciplinare imparziale, superando l'inefficacia dell'attuale sistema che vede una bassissima incidenza di sanzioni rispetto ai procedimenti aperti.

L'Art. 106 Cost. viene poi modificato per prevedere concorsi distinti per l'accesso alle due carriere. Rispetto alla normativa odierna (modificata recentemente dalla Riforma Cartabia, che limita ma non elimina il passaggio tra funzioni), la revisione costituzionale rende la scelta definitiva fin dall'inizio del percorso. Parallelamente, l'Art. 107 Cost. viene aggiornato per ribadire che, nonostante la separazione, il Pubblico Ministero gode di tutte le garanzie di indipendenza proprie della magistratura, smentendo tecnicamente l'ipotesi di una sua sottoposizione all'Esecutivo.

L’attuale Art. 110 Cost. affida al Ministro della Giustizia l'organizzazione dei servizi relativi alla giustizia. La riforma mantiene questa attribuzione ma la coordina con le nuove funzioni dei due CSM e dell'Alta Corte. Si definisce meglio il confine tra la gestione amministrativa del Ministero e l'autonomia giurisdizionale, assicurando che la separazione delle carriere non si traduca in una maggiore ingerenza politica, ma in una maggiore efficienza gestionale. E al di là del merito della riforma, ciò che mi preme sottolineare è l'importanza intrinseca dell'esercizio del voto. Partecipare a un referendum costituzionale non è solo un diritto, ma un dovere morale verso la Repubblica. In un’epoca segnata dall'apatia politica e dal disincanto, riappropriarsi della facoltà di incidere sulla nostra Carta Fondamentale significa onorare il principio di sovranità popolare sancito dall'art. 1 della nostra carta costituzionale per cui "...la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione". Ridurre un intervento di revisione costituzionale a una contrapposizione politica contingente significa, in ultima analisi, eludere il merito della questione. Il diritto costituzionale non si presta a letture emotive, perché richiede coerenza sistematica e rispetto delle fonti e sotto questo profilo, molte delle obiezioni sollevate appaiono più come argomenti retorici che come reali criticità giuridiche.

Votare significa uscire dalla logica della delega passiva e del lamento sterile per farsi carico del destino delle istituzioni. E non importa quanto complesso possa apparire il quesito, perché informarsi, analizzare i fatti (come abbiamo fatto in questa sede) e recarsi alle urne è l'unico antidoto efficace contro il declino democratico. Una democrazia sana non si nutre di slogan gridati o di odi personali, ma del contributo di cittadini consapevoli che scelgono di non delegare ad altri le decisioni che plasmeranno il futuro del Paese. Invitare alla partecipazione significa, in ultima analisi, credere ancora che l'Italia possa smettere di essere quel Paese delle occasioni mancate per diventare, finalmente, una nazione dove la riforma è frutto di una volontà collettiva, matura e profondamente libera.


 
 
 

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Edoardo Pignatti

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